Il Gattopardo: la memoria riformattata
Ci sono storie che sembrano scritte per non essere riscritte. Eppure, ogni tanto, ci si prova. Netflix lo ha fatto con Il Gattopardo, trasformando il romanzo di Tomasi di Lampedusa – già pietra miliare del nostro cinema per mano di Visconti – in una serie in sei episodi. Il risultato? Un ibrido ambizioso, irregolare, che cerca di tenere insieme la reverenza e la riscrittura, la sontuosità e la semplificazione. Ma soprattutto: un tentativo di tradurre un romanzo sul tempo in una narrazione sul presente, senza perdere di vista le nuove generazioni.
Questa versione firmata da Tom Shankland si muove in bilico tra fedeltà e tentazioni contemporanee. Gli elementi iconici ci sono tutti: Don Fabrizio, Tancredi, Angelica, le stanze barocche, le luci calde della Sicilia, le rovine dorate della nobiltà. Ma c’è anche qualcosa d’altro: uno sguardo che vuole riattivare la storia, renderla viva, accessibile, seducente. E a tratti, troppo seducente.
La scrittura diluisce il racconto originario, ma nel farlo apre spazi. Alcuni interessanti, altri più discutibili. Il personaggio di Angelica, ad esempio, viene ripensato per incontrare lo sguardo del pubblico giovane. La scelta di Deva Cassel è emblematica: figlia d’arte, volto magnetico, icona precoce. Ma la sua presenza, più che incarnare un ruolo, rischia di caricarsi di significati esterni, come se la serie cercasse nel casting una risposta alla domanda “come rendere un classico pop?”. La performance è elegante, visivamente coerente, ma non sempre all’altezza del peso simbolico del personaggio.
Eppure, anche quando barcolla, Il Gattopardo non cade. Perché ha una tenuta visiva notevole, con una fotografia che lavora sulla materia della luce e un design che non teme l’eccesso. E perché al centro resta lui, Don Fabrizio, interpretato da Kim Rossi Stuart con una gravità inquieta e dolente. Il suo principe è meno marmoreo di quello di Lancaster, ma anche meno ieratico: più terreno, più esposto. E questa umanità in filigrana funziona.
La vera domanda, però, resta: avevamo bisogno di un nuovo Gattopardo?
Forse no. Ma forse sì, se accettiamo che la serialità è il luogo dove oggi si costruisce (e si contende) la memoria collettiva. La serie Netflix non è un capolavoro, e in certi momenti scivola nella didascalia o nell'autocompiacimento visivo. Ma è un tentativo sincero di riattivare un classico dentro un codice contemporaneo.
Non tutto convince, ma qualcosa resta. Come i palazzi del Gattopardo: decadenti, ma ancora in piedi. A ricordarci che raccontare di nuovo non è necessariamente un tradire, ma può essere un modo per capire cosa resta, oggi, delle nostre rovine dorate.