Adolescence: la fatica di vedere

Nel caos organizzato di un’offerta seriale che sempre più si affida a formule, strutture narrative ricorrenti, tempi dopati e architetture emotive standardizzate, Adolescence si impone con un gesto opposto.

Una miniserie britannica - quattro episodi disponibili su Netflix- che non cerca scorciatoie, che non accelera e che, al contrario, chiede pazienza, attenzione e presenza, una grammatica visiva attorno a un’idea semplice ma sempre efficace - quando ben usata -: la narrazione in tempo reale.

Ogni episodio, infatti, è girato attraverso un unico piano sequenza, una sola lunga inquadratura e senza montaggio. Una scelta che spesso è puro esercizio di stile, sfida registica - basti pensare al sempre citato Nodo alla gola di Alfred Hitchcock - ma che stavolta ha tutt’altro valore: rifiutare lo stacco significa rifiutare il sollievo, la distanza e qualsiasi filtro. 

Quello che accade, per chi ancora non sapesse niente di questa serie che è sulla bocca di tutti ma per i motivi sbagliati - il dibattito sulla cultura incel - è molto semplice: un tredicenne inglese accoltella a morte una coetanea che lo aveva umiliato. Una scena che, nella sua brutalità, apre un vortice narrativo che la regia non abbandona mai. La macchina da presa entra quindi nella casa della famiglia del protagonista, assieme a un reparto speciale della polizia, per mostrare solo ciò che vede, per raccontare senza raccontare, e per seguire - soprattutto nell’ultimo, clamoroso episodio - il collasso morale e familiare dei cari dell’assassino.

La regia di Philip Barantini, già autore di Boiling Point, a sua volta girato in piano sequenza e da recuperare, affonda nella convinzione che l’unità temporale generi verità. Se non posso tagliare, non posso manipolare. E se non posso manipolare, non posso proteggere lo spettatore. Lo spazio diventa dunque trappola, la camera si fa testimone. I movimenti sono fluidi ma mai decorativi: inseguono i personaggi, li seguono nei corridoi della scuola, negli uffici della polizia, nelle case in cui si sussurra, si piange, si urla.

A sostenere questa regia clamorosa, ci sono interpretazioni fuori di testa: di Stephen Graham, il padre del bambino assassino, monumentale e vulnerabile, trattenuto e infine travolto, quella di Erin Doherty che in pochi minuti costruisce il personaggio della psicologa Briony con imbarazzante bravura e soprattutto l’esordiente quindicenne Owen Cooper, la cui interpretazione mescola spaesamento, brutalità, dolcezza e inquietudine. 

Il risultato finale è, grazie a tutto quanto detto, un’esperienza immersiva e faticosa, perché chiede una partecipazione continua, una disponibilità a farsi male, ad abitare l’imbarazzo e la rabbia, la vergogna e il dubbio. La fatica del vedere, appunto. In un panorama spesso dominato dall’urgenza di semplificare, Adolescence fa il gesto contrario: accetta la complessità. Ed è in questa complessità che risiede il suo valore più duraturo.

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