Parthenope di Paolo Sorrentino: un film di poesia e sensazioni da vivere

Cosa potrei e cosa si potrebbe ancora scrivere su di un film di cui siamo stati sommersi di recensioni, speculazioni e critiche? Un film che è stato sminuzzato, interpretato nelle più fantasiose sfumature e punti di vista? Parthenope, l’ultimo lungometraggio diretto da Paolo Sorrentino, come tutte le altre opere precedenti del regista partenopeo è un’opera che divide, che coadiuva applausi e lamenti ma che di sicuro fa parlare di sé, portando anche attenzione e click a qualunque cinefilo d’occasione che veste solo in determinate circostanze i panni del critico.

Personalmente, quindi, dopo tutta questa baraonda mediatica di cui abbiamo subito le conseguenze per settimane, che diritto avrei di espormi, cercando di illuminare i miei lettori verso una lucida e cristallina analisi di uno dei film più discussi del panorama italiano e internazionale? Semplicemente non lo farò, perché Parthenope non è un film adatto alle interpretazione ma ai sensi. È un’opera che si nutre di intestino, di lacrime, si percezioni ottiche, di sbalzi del cuore e non ragiona con la mente; come mi è capitato di ascoltare in un episodio del celebre programma YouTube GeoPop dove lo stesso Sorrentino era ospite, Parthenope è un film di poesia e non di prosa. Sembrerebbe una banalità che riporta a quelle classiche speculazioni pasoliniane di cui numerosi studenti di cinema si sono formati ma sono arrivato alla conclusione che è proprio questo il punto. Non possiamo analizzare The Waste Land di T.S. Eliot alla medesima stregua de Il Circolo Pickwick di Dickens, entrambe opere di estrema bellezza e potenza letteraria su ogni fronte ma che partono da presupposti diversi per arrivare al lettore. E Parthenope è ugualmente evocativo, sinfonico, aperto, illuminato e “sonoro” come un poema in versi. Infatti, proprio per non guastare il giudizio dei miei sensi, cercherò qui di attenermi a quei sapori e alle immagini che mi sono rimaste addosso dopo l’unica e sola visione in sala a cui ho partecipato di Parthenope, perché questo è un film che ti rimane ancorato addosso, qualunque spettatore dopo i titoli di coda del film si è posto sicuro la seguente domanda: “ma cosa vuol dire?” ma lo stesso spettatore non dormirà, rifletterà, e se si lascerà andare chiudendo gli occhi, gli rimarrà per un bel po’ di tempo incollato addosso, ore, giorni o addirittura mesi, i primi piani di Celeste Dalla Porta, divina, bellissima, inafferrabile e magnetica sirena Parthenope che nella sua interezza e nella sua fisicità ben si presta a delle interpretazioni simboliche di concetti e rappresentazioni.

Le mie riflessioni sono semplicemente delle percezioni soggettive dei miei sentimenti riguardo questo film, sfumature sottili che prima d’ora non ho avuto il coraggio di mettere su carta poiché le sentivo troppo presenti dentro me stesso ma che adesso ho la giusta distanza per catalogarle come in un archivio, una galleria di frames impressionisti che toccano in profondità le sensazioni di uno spettatore, prima che di uno scrittore.

E dunque, gli occhi di Parthenope, la schiena sacra e profana di Parthenope che procede in avanti, i vagabondaggi notturni di Gary Oldman/John Cheever ubriaco marcio di nostalgia e gin, le strade dei vicoli di Napoli tra poveracci, prostitute e languidi tipi smilzi che osservano da dietro i vetri di una casa, le sigarette di un grasso prete dai capelli tinti, la creatura felliniana che arriva dal sale, Silvio Orlando e la poesia dell’insegnamento (sono d’accordo, Billy Wilder era un antropologo), il montaggio del tempo che va avanti inesorabile, proustiano, fra drammi e gioie, colori e maioliche mentre lei, Parthenope rimane alta, come uno spettro incontenibile che osserva le vite degli altri che sfioriscono o prendono altre strade, diverse, e i ricordi riaffiorano, mutano, divengono parziali ma tuttavia ci rimane sempre e comunque la sua bellezza incontenibile che ci scruta dentro, facendoci sciogliere nella sua giovane perfezione e nei suoi occhi, grandi come le profondità del mare del Golfo di Napoli.

Parthenope di Paolo Sorrentino è dal 6 Febbraio disponibile in streaming su Netflix.

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